Wednesday, 29 April 2026

HEIDEGGER

 







Martin Heidegger è stato una delle figure più dirompenti, enigmatiche e discusse della storia del pensiero occidentale, capace di rifondare i presupposti stessi della filosofia moderna pur lasciando dietro di sé un'eredità politica fortemente controversa. Nato nel 1889 a Meßkirch, una cittadina rurale della Germania sud-occidentale, crebbe in un ambiente profondamente cattolico che lo spinse inizialmente a intraprendere gli studi teologici. Ben presto, tuttavia, la passione per la logica, la matematica e la speculazione pura lo portò all'Università di Friburgo. Fu qui che incontrò Edmund Husserl, il padre della fenomenologia, diventandone prima l'allievo prediletto e poi l'assistente. Questo legame intellettuale fu decisivo: Heidegger apprese dal maestro il rigore del metodo fenomenologico, ma decise di applicarlo non all'analisi della coscienza, bensì a una domanda ancora più radicale e originaria, ovvero il significato profondo dell'essere.

Il nucleo della rivoluzione filosofica di Heidegger, esposto nel suo capolavoro del 1927 intitolato *Essere e tempo*, ruota attorno a quella che lui definisce la grande dimenticanza della filosofia occidentale: l'oblio dell'essere. Secondo il pensatore tedesco, da Platone in poi i filosofi hanno confuso l'Essere, cioè il principio che permette a ogni cosa di esistere, con i singoli "enti", ossia gli oggetti materiali ed empirici. Per scardinare questo errore, Heidegger concentra la sua indagine sull'essere umano, che lui non chiama "soggetto" o "coscienza", ma *Esserci* (*Dasein*), l'essere-qui. L'uomo è l'unico ente che si pone la domanda sull'essere ed è costitutivamente un "essere-nel-mondo", immerso in una rete di relazioni e di strumenti pratici. In questo contesto, l'esistenza può imboccare due strade. La prima è la vita inautentica, in cui l'individuo si smarrisce nel conformismo quotidiano, nella chiacchiera vuota e nel dominio del "si dice", agendo semplicemente come fanno tutti gli altri. La seconda è l'esistenza autentica, che si realizza solo quando l'uomo attraversa l'esperienza dell'angoscia e accetta la propria natura più intima e inevitabile, definita da Heidegger come un "essere-per-la-morte". Riconoscere la propria finitezza e la possibilità della fine non è un atto di rassegnazione, ma l'unico modo per dare un senso autentico, urgente e libero a ogni singola scelta.

La traiettoria filosofica di Heidegger subì una celebre "svolta" nel secondo dopoguerra, durante la quale il suo stile si fece più poetico e la sua critica si diresse in modo radicale contro la tecnologia moderna. Nella sua visione, la tecnica non è semplicemente un insieme di macchine utili, ma un vero e proprio modo di pensare che riduce l'intera realtà, compresi la natura e gli esseri umani, a una massa di materiale da sfruttare, calcolare e ottimizzare. Questa analisi, contenuta in opere successive come la *Lettera sull'«umanismo»*, lo portò a essere considerato uno dei padri nobili dell'esistenzialismo, sebbene egli abbia esplicitamente rifiutato le interpretazioni antropologiche che della sua opera diedero i pensatori francesi come Jean-Paul Sartre. Al contempo, la sua riscoperta dei filosofi greci presocratici gettò le basi per l'ermeneutica moderna, sviluppata dal suo allievo Hans-Georg Gadamer, e per il decostruzionismo di Jacques Derrida.

Tuttavia, la grandezza intellettuale di Heidegger rimane indissolubilmente legata e macchiata dalle sue scelte politiche. Nel 1933, con l'ascesa al potere del nazismo, il filosofo aderì ufficialmente al partito nazionalsocialista e accettò la carica di Rettore dell'Università di Friburgo. Durante il suo mandato applicò le prime leggi razziali del regime, un comportamento che compromise definitivamente il legame con il suo mentore ebreo, Edmund Husserl, che subì l'epurazione accademica. Nonostante Heidegger si sia dimesso dalla carica dopo un solo anno per contrasti con la burocrazia di partito, l'ambiguità del suo rapporto con il regime non si è mai sciolta. Nel dopoguerra le autorità alleate gli imposero il divieto di insegnamento per diversi anni. Ciò che pesa maggiormente sulla sua figura è il silenzio assoluto che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1976: non formulò mai una condanna pubblica del nazismo né scuse ufficiali per gli orrori dell'Olocausto. La recente pubblicazione dei suoi diari personali, i cosiddetti *Quaderni Neri*, ha confermato la presenza di duri passaggi antisemiti nel suo pensiero privato, riaccendendo un dibattito filosofico e storico drammatico su come un uomo capace di analizzare con tanta profondità l'esistenza umana abbia potuto cedere all'illusione del totalitarismo.


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